Indice
- 1 Che cos’è la Dichiarazione di Conformità e perché non è una semplice “carta”
- 2 Che cosa rientra nell’impianto gas e perché lo scaldabagno coinvolge anche fumi e aerazione
- 3 Regola dell’arte: cosa significa davvero e perché ti riguarda anche se non sei un tecnico
- 4 Chi può rilasciare la DiCo: non basta essere “bravi”, serve essere abilitati
- 5 Cosa deve contenere la Dichiarazione di Conformità e quali allegati sono parte del pacchetto
- 6 Progetto: quando serve davvero e cosa significa per uno scaldabagno domestico
- 7 Sostituzione dello scaldabagno e “rifacimento parziale”: la DiCo si può limitare a una parte, ma con una condizione
- 8 Dichiarazione di Rispondenza: quando sostituisce la DiCo e quando non ti salva
- 9 DiCo e attivazione o riattivazione del gas: perché a volte ti chiedono anche moduli “post contatore”
- 10 Errori frequenti: quelli che ti fanno perdere tempo e quelli che ti mettono davvero nei guai
- 11 Cosa fare, concretamente, per ottenere una DiCo “pulita” e spendibile
- 12 Conservazione: perché la DiCo ti serve anche tra cinque anni, quando ti sembra di averla dimenticata
- 13 Le conseguenze se manca: dal blocco pratico alle sanzioni
- 14 Conclusioni
Quando installi o sostituisci uno scaldabagno a gas, la vera domanda non è solo “funziona?”. È “è stato installato a regola d’arte, in modo sicuro e dimostrabile?”. Perché, prima o poi, qualcuno te lo chiederà. Il tecnico del controllo, l’amministratore di condominio, il proprietario se sei in affitto, l’acquirente se vendi casa, la compagnia assicurativa dopo un danno, oppure il venditore di gas se devi attivare o riattivare la fornitura. Ed è in quel momento che entra in scena un documento che molti scoprono tardi, spesso quando ormai c’è urgenza: la Dichiarazione di Conformità.
Capisco l’obiezione: “Ma è solo uno scaldabagno, mica una centrale termica”. Sì e no. Uno scaldabagno a gas è un apparecchio relativamente piccolo, ma vive dentro un impianto che include tubazioni, collegamenti, ventilazione, aerazione ed evacuazione dei prodotti della combustione. Se qualcosa è fuori posto, non si tratta solo di comodità. Si tratta di sicurezza.

Che cos’è la Dichiarazione di Conformità e perché non è una semplice “carta”
La Dichiarazione di Conformità, spesso abbreviata in DiCo, è il documento con cui l’impresa installatrice attesta che l’impianto, o la parte di impianto su cui ha lavorato, è stato realizzato nel rispetto delle regole tecniche e di sicurezza. Non è un foglio “facoltativo”: nasce da un obbligo preciso. Al termine dei lavori, dopo le verifiche previste (incluse quelle di funzionalità), l’impresa installatrice rilascia al committente la dichiarazione di conformità, redatta sul modello previsto e corredata dagli allegati che ne fanno parte integrante. ([Ministero dell’Interno][1])
Il punto importante è proprio questo: la DiCo non certifica che lo scaldabagno “si accende”, ma che l’intervento è conforme alla normativa e alla regola dell’arte. In pratica, è la prova scritta che l’impianto è stato realizzato correttamente e che l’installatore se ne assume la responsabilità.
Ecco perché, quando manca, iniziano i guai piccoli e grandi. Non perché qualcuno voglia complicarti la vita, ma perché nel gas la tracciabilità della sicurezza è parte del sistema.
Che cosa rientra nell’impianto gas e perché lo scaldabagno coinvolge anche fumi e aerazione
Molte persone pensano che l’impianto gas sia “il tubo che porta gas allo scaldabagno”. In realtà è più ampio. La normativa classifica gli impianti per la distribuzione e l’utilizzazione di gas includendo anche le opere di evacuazione dei prodotti della combustione e la ventilazione e aerazione dei locali. E, quando definisce l’impianto gas in modo ancora più concreto, parla dell’insieme delle tubazioni e accessori dal punto di consegna fino agli apparecchi utilizzatori, includendo l’installazione e i collegamenti degli apparecchi e le predisposizioni per aerazione, ventilazione e scarico dei fumi.
Tradotto in linguaggio da cantiere: installare uno scaldabagno a gas non riguarda solo l’apparecchio. Riguarda come lo colleghi, come gestisci lo scarico fumi, se il locale ha le aperture d’aria corrette, se la canna fumaria o lo scarico sono compatibili, se i raccordi e le valvole sono idonei, se l’impianto nel suo insieme resta sicuro.
E qui arriva la domanda retorica che vale più di mille raccomandazioni: vuoi davvero “risparmiare” su un lavoro che gestisce combustione dentro casa?
Regola dell’arte: cosa significa davvero e perché ti riguarda anche se non sei un tecnico
“Regola dell’arte” suona come una frase un po’ vaga, ma non lo è. La normativa stabilisce che le imprese realizzano gli impianti secondo la regola dell’arte e che gli impianti realizzati in conformità alla normativa vigente e alle norme UNI, CEI o di altri enti di normalizzazione si considerano eseguiti secondo la regola dell’arte.
In pratica, se un installatore lavora seguendo le norme tecniche applicabili (per il gas, tipicamente norme UNI-CIG e regole correlate), e rispetta i requisiti di sicurezza, allora il lavoro è “a regola d’arte”. Per te, utente finale, questo concetto diventa utile perché spiega due cose. Primo, la DiCo non è una formula magica: deve poggiare su verifiche reali e su regole tecniche. Secondo, se un lavoro è stato fatto “alla buona”, non basta una firma a renderlo sicuro.
Chi può rilasciare la DiCo: non basta essere “bravi”, serve essere abilitati
Uno degli equivoci più pericolosi è pensare che qualunque idraulico possa installare uno scaldabagno a gas e rilasciare la conformità. La normativa prevede che l’impresa sia abilitata, cioè iscritta nei registri previsti, e che l’imprenditore o il legale rappresentante, oppure un responsabile tecnico formalmente preposto, possieda i requisiti professionali richiesti. Inoltre il responsabile tecnico svolge tale funzione per una sola impresa e la qualifica è incompatibile con altre attività continuative.
In più, per il committente c’è un obbligo chiaro: i lavori di installazione, trasformazione, ampliamento e manutenzione straordinaria degli impianti devono essere affidati a imprese abilitate.
Questa parte è meno “romantica” ma molto concreta: se affidi il lavoro a chi non è abilitato, non stai solo rischiando la sicurezza. Stai anche rischiando di ritrovarti senza un documento valido e, nei casi peggiori, con responsabilità difficili da gestire.
Cosa deve contenere la Dichiarazione di Conformità e quali allegati sono parte del pacchetto
La DiCo non è un foglio libero. Si compila su un modello specifico, e soprattutto include allegati che ne sono parte integrante. La normativa dice espressamente che fanno parte integrante della dichiarazione la relazione con la tipologia dei materiali impiegati e il progetto quando previsto.
Quindi, quando ricevi la DiCo, non limitarti a guardare la firma e la data. Verifica che ci sia una descrizione coerente dell’intervento e che gli allegati essenziali siano presenti. In un impianto gas legato allo scaldabagno, la parte “materiali” è più importante di quanto sembri: ti dice cosa è stato installato, e rende l’intervento ricostruibile nel tempo. Non è pignoleria. È tracciabilità. Come esempio è possibile vedere questo modello dichiarazione conformità impianto termico sul sito Documentiutili.com.
E attenzione a un punto che spesso viene sottovalutato: la DiCo si rilascia dopo verifiche. Se qualcuno ti propone di “fartela avere” senza sopralluogo, senza prove e senza collaudi minimi, quello non è un favore. È un rischio.
Progetto: quando serve davvero e cosa significa per uno scaldabagno domestico
La parola “progetto” spaventa perché richiama pratiche complesse. In realtà, nella maggior parte delle installazioni domestiche di scaldabagno a gas non si arriva alle soglie che impongono un progetto firmato da un professionista esterno. La normativa prevede che, in certi casi, il progetto per l’installazione, trasformazione e ampliamento sia redatto da un professionista iscritto all’albo; per gli impianti gas, l’obbligo scatta, tra l’altro, quando la portata termica supera 50 kW o quando ci sono canne fumarie collettive ramificate. ([Ministero dell’Interno][1])
Molti scaldabagni domestici lavorano sotto quella soglia. Questo, però, non significa “nessuna documentazione”: quando il progetto non è di un professionista esterno, la normativa prevede comunque un elaborato tecnico minimo redatto dal responsabile tecnico dell’impresa, costituito almeno dallo schema dell’impianto e, se ci sono varianti, dalla documentazione che le attesta.
Il messaggio è semplice: per uno scaldabagno standard non ti serve trasformare casa in un cantiere burocratico, ma ti serve comunque un intervento documentato e coerente.
Sostituzione dello scaldabagno e “rifacimento parziale”: la DiCo si può limitare a una parte, ma con una condizione
Qui si entra nel caso più comune: non stai rifacendo tutto l’impianto gas, stai sostituendo lo scaldabagno, magari cambiando anche il tratto di tubo di collegamento e lo scarico fumi. In questi casi la normativa gestisce il “rifacimento parziale” in modo realistico: progetto, dichiarazione di conformità e collaudo, quando previsto, si riferiscono alla sola parte oggetto dell’opera, ma devono tenere conto della sicurezza e funzionalità dell’intero impianto. E nella dichiarazione deve essere indicata espressamente la compatibilità tecnica con le condizioni preesistenti.
Questa frase è più importante di quanto sembri. Vuol dire che l’installatore non può limitarsi a dire “io ho collegato lo scaldabagno, il resto non mi interessa”. Deve valutare se la parte nuova è compatibile con l’impianto esistente e se l’insieme resta sicuro. Per te, committente, è una tutela: ti evita di ritrovarti con un apparecchio nuovo collegato a un impianto vecchio che non regge.
Dichiarazione di Rispondenza: quando sostituisce la DiCo e quando non ti salva
Capita spesso di sentire: “La DiCo non c’è, facciamo una DiRi e siamo a posto”. È vero solo in casi specifici. La normativa prevede che, quando la dichiarazione di conformità non è stata prodotta o non è più reperibile, per impianti eseguiti prima dell’entrata in vigore del decreto, l’atto può essere sostituito da una dichiarazione di rispondenza. Questa viene resa, sotto responsabilità personale, da un professionista abilitato con esperienza nel settore o, per impianti non soggetti a progetto professionale, da un soggetto che ricopre da almeno cinque anni il ruolo di responsabile tecnico di un’impresa abilitata.
Il punto chiave è il “prima dell’entrata in vigore” e, più in generale, l’idea di impianto preesistente senza DiCo reperibile. Se oggi installi o sostituisci uno scaldabagno a gas, non ha senso parlare di DiRi come scorciatoia. La DiCo è il documento naturale dell’intervento contemporaneo.
Quindi sì, la DiRi esiste e in certe situazioni è utilissima, ma non è la toppa universale per qualsiasi mancanza.
DiCo e attivazione o riattivazione del gas: perché a volte ti chiedono anche moduli “post contatore”
Molte persone scoprono il tema della documentazione quando chiedono l’attivazione o la riattivazione del contatore gas. In quel contesto entra in gioco la disciplina degli accertamenti documentali di sicurezza: il distributore attiva la fornitura solo se la documentazione è completa e se l’accertamento ha esito positivo. La documentazione “completa” viene descritta includendo specifici allegati (come H/40 e I/40) e i documenti previsti dall’allegato I/40 per la tipologia di impianto.
Questo passaggio è cruciale per capire una cosa pratica. Se il tuo impianto è già attivo e tu sostituisci uno scaldabagno senza chiedere nuove attivazioni o riattivazioni, di solito non entri nel flusso di accertamento documentale “da contatore”. Ma se stai riattivando una fornitura, oppure hai modificato l’impianto e chiedi una riattivazione, allora sì: ti possono chiedere moduli specifici e la firma dell’installatore, oltre alla documentazione tecnica richiesta.
È uno di quei casi in cui la burocrazia non è fine a se stessa: serve a evitare che il gas venga riattivato su un impianto non verificato.
Errori frequenti: quelli che ti fanno perdere tempo e quelli che ti mettono davvero nei guai
Un errore comune è confondere la DiCo con altri documenti. Il libretto d’uso dello scaldabagno, il rapporto di manutenzione, la fattura, persino una dichiarazione generica su carta intestata non sono la DiCo. La DiCo ha un modello, allegati, riferimenti normativi e una responsabilità specifica.
Un altro errore, più sottile, è accettare una DiCo “troppo generica”, che non descrive cosa è stato fatto, non indica la compatibilità con l’esistente quando si tratta di rifacimento parziale, o non allega la relazione dei materiali. Se un domani devi dimostrare qualcosa, quel documento rischia di valere poco, o di aprire discussioni inutili.
Poi c’è l’errore più pericoloso: affidarsi a chi non è abilitato. È comprensibile voler risparmiare, soprattutto quando sei senza acqua calda e hai fretta. Ma con il gas la fretta è spesso la miccia degli errori. La normativa, oltre a definire requisiti e obblighi, prevede anche conseguenze e sanzioni per violazioni degli obblighi collegati alla dichiarazione di conformità.
Cosa fare, concretamente, per ottenere una DiCo “pulita” e spendibile
Il modo migliore per non impantanarti è impostare bene la cosa prima dell’intervento. Chiedi all’impresa se è abilitata per impianti gas e se il responsabile tecnico è nominato. Non è una domanda scortese, è normale. Poi chiarisci che vuoi la Dichiarazione di Conformità completa dei suoi allegati. Se l’intervento è una sostituzione, chiedi che venga indicata la compatibilità tecnica con l’impianto preesistente, perché è un punto previsto proprio per i rifacimenti parziali.
Durante il lavoro, evita di “guidare” l’installatore con soluzioni improvvisate, del tipo “facciamo passare il tubo qui che è più comodo”. Non perché tu non possa avere buone idee, ma perché la responsabilità tecnica resta sua, e qualsiasi scelta deve rispettare le regole di sicurezza.
Alla fine, quando ricevi i documenti, leggili. Anche solo cinque minuti. Se vedi incoerenze evidenti, chiedi correzioni subito, quando l’impresa ha ancora chiaro l’intervento e può integrare la documentazione senza ricostruzioni faticose.
Conservazione: perché la DiCo ti serve anche tra cinque anni, quando ti sembra di averla dimenticata
La DiCo è uno di quei documenti che non usi tutti i giorni. Proprio per questo va conservata bene. Ti serve quando cambi fornitore e ti chiedono documenti, quando fai lavori successivi e il nuovo tecnico vuole capire cosa c’è, quando vendi o affitti e ti chiedono “la conformità impianti”, quando succede un guasto e vuoi dimostrare che l’impianto era a regola d’arte.
E qui una considerazione semplice ma utile: la casa cambia proprietario, gli impianti restano. Se perdi la documentazione, ricostruirla dopo costa sempre di più, in tempo e in soldi.
Le conseguenze se manca: dal blocco pratico alle sanzioni
Se manca la dichiarazione di conformità, la conseguenza più frequente è pratica: qualcuno ti blocca una procedura. Attivazione o riattivazione della fornitura, pratiche condominiali, richieste dell’assicurazione, compravendite. È una perdita di tempo che arriva sempre quando non ti serve.
Esiste anche un profilo sanzionatorio. La normativa prevede sanzioni amministrative per violazioni degli obblighi derivanti dall’articolo che disciplina la dichiarazione di conformità, con importi che variano in funzione dell’entità e complessità dell’impianto e della pericolosità.
Non è il punto da cui partire per convincerti. Il punto vero è un altro: uno scaldabagno a gas installato senza un percorso tecnico e documentale corretto è un rischio evitabile. E nella gestione della casa, eliminare rischi evitabili è già una buona strategia.
Conclusioni
La Dichiarazione di Conformità per l’installazione di uno scaldabagno a gas è la chiusura naturale di un lavoro fatto bene. Ti tutela perché prova che l’intervento è stato eseguito a regola dell’arte, in conformità a norme tecniche e di sicurezza. ([Ministero dell’Interno][1]) Ti tutela anche perché obbliga l’impresa ad assumersi responsabilità e a documentare materiali, schema e compatibilità con l’esistente quando l’intervento è parziale.
Se stai per installare o sostituire uno scaldabagno a gas, il consiglio più concreto è questo: tratta la DiCo come parte dell’intervento, non come un optional da chiedere “se avanza tempo”. Perché, quando ti servirà, la vorrai completa, corretta e subito disponibile. E se non ce l’hai, indovina un po’? Sarà proprio quel giorno che qualcosa si incastra.